Possibilità di ritorno della guerra tra Iran, Israele e Stati Uniti tra escalation e distensione
Rapporti su piani congiunti USA-Israele per nuovi attacchi dopo le elezioni statunitensi e crescente tensione nello stretto di Hormuz, mentre restano aperti canali di mediazione qatarioti e pakistani. Analisi degli indizi di escalation e distensione e degli scenari principali.

Si moltiplicano gli indizi sulla possibile ripresa di un ampio confronto militare tra l'Iran da una parte e Stati Uniti e Israele dall'altra, a circa otto mesi dallo scoppio della guerra il 28 febbraio scorso, poiché si incrociano rapporti su piani per nuovi attacchi con una crescente tensione nello stretto di Hormuz, mentre non si sono mai interrotti i canali di mediazione tra Washington e Teheran.
Piani per attacchi dopo le elezioni statunitensi
Rapporti americani, citando funzionari e fonti informate, indicano che gli eserciti statunitense e israeliano hanno predisposto piani specifici per riprendere i bombardamenti sull'Iran dopo le elezioni di midterm previste per il 3 novembre, sotto forma di un'operazione «breve e intensa» che potrebbe prendere di mira impianti nucleari, siti energetici e depositi di missili e di droni.
Secondo le stesse fonti, i piani evitano di colpire le raffinerie per timore di un rialzo dei prezzi dei carburanti, mentre il presidente Donald Trump non ha ancora preso una decisione definitiva, non escludendo l'esecuzione dei raid nel corso del mese o la rinuncia totale. La Casa Bianca non ha commentato tali piani.
Trump ha bloccato un attacco israeliano
Fonti informate hanno riferito che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu stava pianificando attacchi su larga scala all'inizio del mese, che avrebbero incluso impianti nucleari, siti governativi e infrastrutture civili come centrali elettriche, ma Trump si è opposto a riaccendere la guerra prima delle elezioni statunitensi, così l'operazione è stata rinviata. Trump aveva annunciato l'8 del mese in corso che il suo Paese non avrebbe ripreso i bombardamenti sull'Iran prima delle elezioni.
Nelle sue ultime dichiarazioni, Trump ha negato l'esistenza di negoziati con Teheran, limitandosi a dire che «qualcosa» accadrà riguardo all'Iran «abbastanza presto».
Hormuz... il primo teatro di tensione
Sul piano operativo, la Guardia Rivoluzionaria iraniana ha annunciato che tre petroliere hanno urtato mine marine a sud dello stretto di Hormuz e sono state avvolte dalle fiamme, affermando che avevano seguito una rotta che considera «illegale», e che una di esse trasportava circa due milioni di barili di greggio; non è stato possibile verificare in modo indipendente questa versione.
In un altro segnale della preoccupazione americana, il Dipartimento di Stato ha ordinato ad alcuni diplomatici e alle loro famiglie di lasciare le missioni statunitensi in Arabia Saudita, in concomitanza con l'aumento degli attacchi che il Regno sta subendo dallo Yemen.
La mediazione qatariota e pakistana resta in corso
Al contrario, il segretario di Stato americano Marco Rubio ha accolto con favore gli sforzi di mediazione guidati da paesi tra cui Qatar e Pakistan, sottolineando che ogni accordo dovrebbe impedire all'Iran di possedere un'arma nucleare e che la decisione finale spetta a Trump.
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha detto che i negoziati indiretti con Washington proseguono tramite mediatori, tra cui Pakistan e Qatar, affermando che il suo Paese è impegnato nella ricerca di una «soluzione pacifica che preservi la dignità», ma è «pienamente pronto a difendersi».
Il presidente iraniano Masoud Bezhkian ha detto che Washington non può aspettarsi un dialogo con Teheran mentre impone il blocco e lancia minacce, aggiungendo: «Non potete chiudere tutte le vie e minacciare, e allo stesso tempo volere il dialogo».
Fattori che spingono verso l'escalation
- Esistenza di piani militari pronti a Washington e Tel Aviv, e pressioni israeliane ripetute per riprendere i raid.
- Proseguimento del blocco marittimo americano sui porti iraniani, e difficoltà nell'attuazione del memorandum d'intesa firmato a giugno sulla navigazione nello stretto di Hormuz.
- La fermezza di Teheran sulle sue condizioni, tra cui la fine del blocco sui suoi porti, la rimozione delle sanzioni sulle sue esportazioni petrolifere e la cessazione delle ostilità su tutti i fronti, oltre alla conferma che l'uranio arricchito non lascerà il suo territorio.
- Gli incidenti alle petroliere nello stretto di Hormuz e l'ampliamento dell'area degli attacchi nella regione.
Fattori che spingono verso la distensione
- La volontà di Trump di evitare una nuova guerra prima delle elezioni di midterm, e la sua preoccupazione per un aumento dei prezzi dell'energia.
- La persistenza di canali indiretti tramite Qatar e Pakistan, e l'accoglienza pubblica americana di questi canali.
- La conferma di Teheran che la porta della soluzione pacifica resta aperta, nonostante la rigidità delle sue condizioni.
Quali sono gli scenari possibili?
Primo scenario: Un attacco congiunto USA-Israele breve e intenso dopo il 3 novembre, che molto probabilmente incontrerebbe una risposta missilistica iraniana e un ulteriore inasprimento nello stretto di Hormuz, con ripercussioni sui prezzi del petrolio e sulla sicurezza della navigazione nel Golfo.
Secondo scenario: Il successo della mediazione nel raggiungere un'intesa provvisoria che riapra parzialmente la navigazione in cambio di un allentamento del blocco, un percorso ostacolato dall'ampio divario tra le condizioni iraniane e le richieste americane sul dossier nucleare.
Terzo scenario: La permanenza di uno stato di «né guerra né pace» con incidenti sporadici nello stretto di Hormuz e minacce reciproche, e l'uso della minaccia di attacchi come carta di pressione negoziale, fino a quando Trump non prenderà una decisione.
I giorni successivi alle elezioni statunitensi restano decisivi per determinare la direzione, con i rapporti che confermano che la decisione di tornare alla guerra rimane nelle mani del solo presidente americano.



